giovedì 10 maggio 2007

ERASMUS COMPIE 20 ANNI




A proposito di viaggi, uno fondamentale per molti dei nostri studenti è stato sicuramente quello "Erasmus". Con questo post vorremmo invitarli a raccontarci la lora esperienza in Italia: che cosa li ha stupiti di più, che cosa hanno imparato e, perché no?, anche le cose che non gli sono piaciute per niente.
I primi, poco più di duecento, sono partiti con il treno. Quando l'iPod e le linee low-cost non esistevano ancora. In tutto a oggi sono quasi duecentomila gli italiani che, dalla sua nascita nel 1987, hanno approfittato del programma Erasmus per studiare qualche mese in un'università europea. Ragazzi e ragazze che hanno finito per incarnare, forse inconsapevolmente, meglio di tanti altri interpreti ufficiali, il sogno dell'Europa unita. Prendono il via oggi a Bologna le celebrazioni per celebrare i "Venti di Erasmus".
Si parlerà di come il programma ha cambiato la percezione dell'Europa degli stessi europei e dei benefici che i giovani ne hanno tratti. "Simone Veil parlava dell'Europa come di uno stato d'animo. Sono poche le iniziative che, al pari dell'Erasmus, hanno contribuito a formare questo stato d'animo. Un milione e mezzo di europei sono partiti per vivere un'esperienza di vita.
Il presidente del Consiglio Romano Prodi ha rilanciato una proposta: sei mesi obbligatori all'estero per tutti i laureati. I sei mesi potranno anche essere lavorativi in azienda, nelle pubbliche amministrazioni o nel servizio civile.

Secondo i dati della Commissione europea a partire tra gli italiani sono soprattutto quelli con un'età compresa tra 21 e 23 anni. Molti di loro scelgono di stare cinque o sei mesi ma più del 20 per cento rimane anche dieci mesi o più. Ogni anno sono circa 16mila le ragazze e i ragazzi italiani che si staccano da casa per andare a bagnare i piedi nel mare della cultura europea. Forse meno di quanti dovrebbero. "Ancora oggi sono solo l'8% i laureati che hanno studiato all'estero anche per un breve periodo". "Solo il 27% dei laureti in lingue va all'estero a studiare per qualche mese. Come è possibile studiare queste materie senza andare fuori dai confini nazionali? Quelli che vanno di meno fuori sono gli studenti delle facoltà scientifiche. Proprio loro che hanno un linguaggio così universale. Forse è vero che c'è anche un carico didattico sovradimensionato. Ma ci si deve affrancare con più facilità dalla famiglia. Solo così ci si prepara a misurarsi meglio con il prossimo.
L'Erasmus comunque piace a tutti quello che lo fanno. Secondo un'indagine realizzata dalla Commissione europea, per oltre il 90% degli italiani è stata un'esperienza buona o molto buona e solo l'1,5 per cento si è detta insoddisfatto. Molti di loro confessano che questo periodo gli ha permesso di capire molto meglio le persone con un differente background culturale o di etnia diversa. Ma non solo, a molti è capitato anche di cambiare le proprie aspirazioni e di interrogarsi più ampiamente sui propri valori personali.
Durante l'Erasmus, se ci sono problemi semmai, questi sono soprattutto di natura finanziaria. Circa un quarto degli italiani ha ammesso di essersi trovata in qualche modo in difficoltà mentre in media agli studenti europei è successo lo stesso al 19 per cento. E solo per il 28,9 per cento degli studenti italiani i conti in tasca sono andati bene o molto bene (la media europea è del 36,6 per cento). Non solo. Dai dati dell'indagine si ricava l'evidenza che a partire sono soprattutto i figli di genitori laureati. Minori, molto minori sono invece le percentuali di chi proviene da famiglie più svantaggiate. L'ambiente familiare rischia di giocare due volte, dal punto di vista culturale e dal punto di vista economico, un ruolo troppo importante.


testo adattato da La Repubblica del 9 maggio 2007. Foto da Internet.



(9 maggio 2007)

3 commenti:

denis ha detto...

Credo di essere l'unico ad avere fatto due Erasmus, perché effettivamente non si può. Il primo è stato a Swansea (Galles) e il secondo in Spagna. Ovviamente l'esperienza multiculturale è stata così piacevole che alla fine a Valencia ci sono rimasto. Sapete come viene anche chiamato l'Erasmus?

Giò ha detto...

Io sono arrivata a Valencia come lettrice di italiano con una borsa del progetto Socrates (credo facesse parte dello stesso grande progetto)... insomma, come vedete, neanche io me ne sono più andata. Mannaggia, quest'Erasmus è pericolosissimo!!! ;))

María ha detto...

l'Erasmus o fare un tirocinio all'estero dovrebbe essere qualcosa di obligatorio perché veramente ci si impara tantissimo:una cultura,una lingua,forme di vivere,di pensare...ci si vede il mondo un po' più picolo ed allo stesso tempo ci si vede anche grande da non poter mai scoprire¡¡