lunedì 30 aprile 2007

PAROLE SCOMPARSE

Ogni giorno scompaiono parole alle quali siamo spesso affezionati. Leggete il seguente testo e scriveteci di quali parole italiane vi siete "innamorati" e quelle che invece non vi dispiacerebbe che scomparissero.


C'E' un personaggio, in quell'enciclopedia di tipi umani inusuali che è "La Vita Istruzioni per l'uso" di Georges Perec, che di mestiere cancella le parole dai vocabolari. A differenza di quei suoi colleghi più briosi, forse più fortunati, che sono incaricati di selezionare i neologismi meritevoli di menzione, lui rilegge il vocabolario alla caccia dei termini che non lo sono più: perché sono caduti dall'uso, perché sono troppo difficili, perché nominano oggetti e azioni che non si compiono più. O anche perché sono troppo precisi per un'epoca in cui non si bada troppo alle sottigliezze. I nomi degli attrezzi del maniscalco, i dettagli più minuti delle armature, il nome di colui che dava il ritmo con il tamburo alla remata degli schiavi sulle navi antiche, che era il celeuste. A qualcuno serve saperlo? Càpita più di dover nominare l'ardiglione, il ferretto che chiude la fibbia delle cinture? O il flabello, il ventaglio di piume delle odalische? O il purillo, il pezzo di stoffa sulla sommità del basco? Qualcuno dirà più, quando la stagione si fa mite, che il tempo si è messo al dolco?
I dizionari pietosamente ricoverano ancora alcune di queste voci, giusto nel caso che qualcuno le incontri in qualche vecchio libro o voglia incarognire un suo cruciverba. Chissà cosa ne avrebbe pensato, allora, quel personaggio, dell'iniziativa spagnola: quell'adozione di parole che ricorda le fantasie di Ray Bradbury sui libri condannati all'estinzione e imparati a memoria dai protagonisti del racconto da cui François Truffaut avrebbe tratto il suo Fahrenheit 451.
Un padrinaggio per le parole: quelle invecchiate troppo o quelle invecchiate troppo rapidamente, come è accaduto per esempio in pochi decenni al mangiadischi e al mangianastri. Già il lessico favoloso dei dialetti, in Italia, pare remoto come un bestiario esotico quando si leggono scrittori nostri contemporanei. Di altri scrittori si è sentito dire che avevano deciso segretamente di usare con una certa frequenza modi di dire dell'italiano parlato nella loro regione, per tentare una piccola colonizzazione dal basso della lingua nazionale. Tacitamente ma non segretamente ogni scrittore finisce per essere un padrino di molte parole, che si ostina a usare anche quando l'uso comune le sta dimenticando perché le ritiene più espressive, e non gli sarebbe possibile sostituirle o tralasciarle.
Esiste una fisiologia del lessico: un ricambio naturale che rende più che sufficienti per l'utente medio della lingua le duemila pagine di un vocabolario comune, mentre solo specialisti e curiosi sanno cosa farsene dei venti volumi del Battaglia. Ma la nostra epoca ci lascia a pensare che la fisiologia della lingua, come molte altre fisiologie, abbia accelerato e oltrepassato il suo naturale andamento ecologico. Scompaiono parole, e intere lingue, come si sciolgono i ghiacciai. Si reagisce con riflessi che a volte appaiono poco più che simbolici: dietro al colore (dolco, lo avrebbe definito Giorgio Manganelli) della nostalgia c'è anche il rischio di qualche ipocrita desiderio di scaricarsi la coscienza con il solo gesto di farsi carico di un problema immane. Ma certo, il problema c'è. Non è quello delle parole che sono già morte, scrupolosamente registrate nei dizionari storici e nella memoria culturale di ogni lingua, ma quello delle parole morenti: quelle che potrebbero servirci ancora, anche se non lo sappiamo più.


(Foto e testo da La Repubblica del 26 aprile 2007)

3 commenti:

mariajesus ha detto...

Tra altre tante parole, mi piace molto il suono di: "farfala" o "papaveri".
E tra quelle che non mi piacciono così tanto, e che mi vengono ora in mente, ci sono: "proboscide", che ormai non dimenticherò più (forse Amparo sa perché... hehehe), "sceso" e "esercizi"... queste due ultime perché per pronunciarle per prima volta devo pensare ad ogni sillaba... ;o)

María ha detto...

se oggi le lingue scompaiono così in fretta io penso che il contesto di ogni città,paese o paesino e certamente gli interessi politici in ogni posto hanno tanto da vedere (più che la "nostra epoca" come dice il testo).
Una parola che mi piace tanto in italiano è "inanzitutto",non so,per il suono e per il significato.Poi per esempio la pronuncia della parola guerra non mi piace per niente.È propio strano quel suono del "gu".

Giò ha detto...

È incredibile constatare come le parole di una lingua siano "addormentate" nelle bocche dei parlanti e si "risveglino" in quelle di chi impara quella stessa lingua: si notano suoni e significati che noi parlanti ormai non percepiamo più. Ogni lingua ha le sue particolarità ma mi fa sorridere pensare che ai miei studenti non piace la parola "accappatoio", proprio come a me risultava strana la parola "albornoz" quando ho imparato lo spagnolo e mi è successa la stessa cosa con il "barnús" del valenzano!