martedì 21 febbraio 2023

“Casa di Vita”


Casa di Vita”

                                    Roma, Isola Tiberina, Ospedale Fatebenefratelli


Nell'ottobre del 1943, nei giorni più drammatici dell'occupazione nazista in Italia, una malattia sconosciuta e contagiosa iniziò a circolare nel centro di Roma: la sindrome di K, che si rivelò fin da subito un incubo per i tedeschi, ma che fu la salvezza per decine di cittadini ebrei della Capitale. Perché si trattava di un morbo fittizio, di una malattia inesistente!

All'alba del 16 ottobre 1943, sabato (il giorno del riposo per gli ebrei), le truppe tedesche fecero irruzione nel Ghetto di Roma per un rastrellamento mirato degli appartenenti alla comunità ebraica romana, reso possibile dall'elenco dei loro nominativi forniti dal Ministero dell'Interno del governo Mussolini. Furono sequestrate 1.024 persone (di cui 200 bambini), poi deportate al campo di sterminio Auschwitz.

In quelle ore drammatiche molte famiglie cercarono rifugio nel vicino Ospedale Fatebenefratelli, sull'Isola Tiberina.

Vittorio Sacerdoti un giovane medico di 28 anni, con l’aiuto del primario Giovanni Borromeo, e di alcuni combattenti antifascisti, attuo un piano per nascondere il maggior numero possibile di ebrei prima che venissero rastrellati dalla Gestapo.

Un’idea geniale

I medici iniziarono ad ammettere i fuggitivi in ospedale, diagnosticando ai neoricoverati una pericolosa malattia, il Morbo di K: K per "Kesserling", il generale nazista incaricato di mantenere il controllo dell'Italia occupata, e per Herbert Kappler, il tenente colonnello delle SS a capo della Gestapo a Roma che guidò la retata. Ma per i tedeschi la sindrome K evocava la malattia di Koch, ossia la tubercolosi.

Quando i nazisti giunsero sull’isola la sera del 16 ottobre 1943, i medici li accolsero con la mascherina sulla bocca, spiegando che nell’ospedale era scoppiata una gravissima epidemia di “Morbo di K”, una malattia terribile e mortale. Le SS, temendo il contagio, arretrarono e si ritirarono. Ufficialmente, nessun malato del Morbo di K usciva vivo dal Fatebenefratelli; in realtà, vicino l’ospedale si trovava una tipografia clandestina: i rifugiati rimanevano così in ospedale il tempo necessario affinché venissero stampati documenti falsi con nomi cattolici. Dopodiché venivano dichiarati morti con i loro veri nomi, mentre fuggivano verso conventi e strutture religioseIn questo modo, i coraggiosi medici del Fatebenefratelli riuscirono a salvare decine e decine di ebrei e di antifascisti perseguitati.


https://youtu.be/xlxy96j-aIs


Ana


1 commento:

Gio ha detto...

Una storia bella e tragica allo stesso tempo. Grazie Ana per avercela raccontata!

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